Foodie's speaker corner/Hate

Di scalogni, piatti volanti e mappazzoni: perché non guardo Masterchef

Ci ho provato. Giuro che ci ho provato. Ho provato a guardare una puntata di Masterchef. Mi ci sono messo di buzzo buono, mi sono detto che se piaceva così tanto a così tante persone un motivo doveva pur esserci. Niente, non ce l’ho fatta. Dieci minuti, forse meno. Ho provato anche ad andarmi a cercare qualche puntata di quello USA, quello con Gordon Ramsey. Cinque minuti, prima che la finestra del PC “muorisse” sotto il feral colpo del clic del mouse.

Perché non mi piace ?
Semplice: perché non è una trasmissione di cucina.
Non c’è tecnica, non c’è spiegazione, non c’è cucina. Soprattutto, trovo, non c’è rispetto per il cibo.
Posso anche tollerare di veder bistrattato il malcapitato concorrente di turno, in fin dei conti non sta facendo altro che pagare lo scotto degli agognati 15 minuti di celebrità, di cui conosceva bene il prezzo ancora prima di fare il primo provino.
E’ vedere come il cibo, i piatti, la loro realizzazione vengano ridotti a puri e semplici comprimari al servizio dei tre conduttori, quello sì che mi urta.
L’immagine di Bastianich che lancia lontano i piatti con aria sprezzante è diseducativa, offensiva, contraria a tutto ciò che la cultura di rispetto per il cibo insegna. Ma probabilmente piace, è quello che il pubblico si aspetta, e allora giù gli autori a infilarci dentro il siparietto costruito a tavolino.

Oltre a questo, c’è un altro aspetto che trovo altrettanto negativo. I talent (non solo quelli di cucina) contribuiscono ad alimentare quel fenomeno figlio della comunicazione moderna che è l’ “anchetuismo”: l’idea – sbagliata nel 99,9% dei casi – che seduto su ogni divano, davanti alla TV, ci possa essere un talento nascosto. Aspiranti chef, cantanti, ballerini, venite a noi: in cambio di qualche mese di angherie da parte di un terzetto di ristoratori, di una starnazzante presentatrice coi suoi pards o di una giuria di amici di Maria vi offriamo il grande salto verso la nazionalpopolarità eterna, il tutto con buona pace di concetti come “Esperienza”, “Preparazione”, “Professionalità”, tutti elementi che si possono riassumere in una parola sola, che guarda caso ha attinenza proprio con il cibo: quella che una volta si chiamava “Gavetta”.

Esagerato ? Puo essere, ma leggete un po’ che cosa ne pensa a tal proposito uno che di cucina se ne intende un po’ più di me, Gualtiero Marchesi

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