Foodie's speaker corner

“Il mio nome é Ayrton…”

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Sì, lo so, questo é un blog che parla di cucina, ma é anche il mio blog, quindi spero non vi dispiacerà se per una volta ci scrivo qualcosa di più personale. Confesso, da tifoso della Ferrari, di non averlo mai amato, Senna (d’altra parte come fai ad amare uno che ti bastona una domenica sì e l’altra pure?) ma come tutti rimasi molto colpito dal suo incidente e ne conservo un ricordo personale molto particolare.

Quel pomeriggio di vent’anni fa il mio amico Fabio, di ritorno dall’autodromo di Imola, mi venne subito a cercare e insieme decidemmo di andare all’Ospedale Maggiore, non lontano da casa nostra. Non sapevamo nemmeno noi perché lo facevamo, se per curiosità , per la speranza di un miracolo o per l’inconscia sensazione che fosse l’occasione per un ultimo saluto al Campione, sebbene separati da 10 piani di ospedale.

Quando giungemmo al Maggiore l’atrio era ovviamente pieno di gente: la stampa, curiosi come noi,  ragazzi con gli occhi gonfi di lacrime. I telefoni cellulari ancora lusso di pochi, ricordo la sfilza dei box della sip, all’ingresso,  interamente occupata da giornalisti che dettavano al telefono i pezzi alle redazioni. A un certo punto una voce: “Fate spazio, c’è il prete che gli ha appena dato l’Estrema Unzione!!!” e la folla che si apre a semicerchio davanti a quel minuscolo francescano, timido e impacciato come lo sarebbe chiunque, preso e catapultato davanti alle telecamere di tutto il mondo, a dire al mondo che Dio é morto.

Io e Fabio ci intendemmo con uno sguardo, ci voltammo e ce ne andammo, schifati e infastiditi. Durante il tragitto verso casa nessuno dei due disse nulla. Non avevamo bisogno di quel circo, né avevamo bisogno di restare lì a guardarlo, men che meno fare parte della spettacolarizzazione della morte di un uomo. Pensai a quanto Il destino davvero fosse bizzarro: lo avevamo tanto detestato, quel brasiliano tanto antipatico quanto dannatamente veloce, e quello era venuto a morire a due chilometri da casa nostra. Il minimo che potessimo fare era di lasciarlo morire in pace.

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